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Identità e missione

Il giorno in cui capiranno quello che dice Arturo Parisi sarà sempre troppo, troppo tardi. Io non riesco a capire se sia Parisi ad essere un fenomeno o siano gli altri a non riuscire ad arrivarci. Piuttosto penso che a quegli altri piace essere autoreferenziali e sordi.

Il Pd ha iniziato a non emozionare più la gente già da tempo, e non è certo colpa di Parisi che le cose vanno in un dato modo. La realtà è che si cammina a tentoni, c'è l'impressione che la fase costituente non finisca mai, che noi dipendiamo da altri, non da noi stessi; fino a poco tempo fa da Berlusconi perché ci riconoscesse come opposizione e dialogasse, adesso da Casini e dalla spasmodica ricerca di alleanza con l'Udc. E' vero che abbiamo affrontato un'elezione in deficit di popolarità, appena il tempo di scrivere che avevamo fatto il Partito Democratico e che Ds e Margherita erano ormai parte del passato; mi pare però che con la scusa del nascituro, dopo quasi un anno, Fioroni e Veltroni possano anche finirla qui. "Dobbiamo radicare il partito nel territorio" è una frase che ricorre spesso e che va molto di moda. Sì, va bene, radicheremo il partito nel territorio; ma basta questo a fare l'identità di un partito? Le prime domande che si deve fare un partito per farsi partito sono le stesse che si pone l'uomo sulla sua esistenza: chi è? Da dove viene? Dove va? Se questo bisogno di conoscenza non viene soddisfatto, qualunque azione che fa è slegata dalla realtà, qualunque parola non verrà mai presa in considerazione; in poche parole, ci si condanna al deserto spirituale. Queste sono domande che il Partito Democratico non si sta ponendo, anzi, le elude volontariamente.

Siamo partiti con il "maanchismo" veltroniano: tipico esempio di come non si debba rispondere al "chi sono?". Io sono uno di quelli che non pensano che ci sia o il nero o il bianco, ma che ci sia anche il grigio; ma il grigio è una miscela, non un accostamento di bianco e nero. Oggi quel quesito non ce lo poniamo neanche più. "Siamo tutti del Pd, tutti democratici", mi sento rispondere: sì, ma che significa "essere democratico"? In caso di mancata risposta, nessuno si meravigli se poi l'approdo più facile è ritornare alle vecchie identità.

Sul "da dove veniamo?" abbiamo commesso un parricidio: "15 anni da buttare" si è detto, e l'Ulivo è stato ucciso. E' come un figlio che, vergognandosi del padre, lo uccide e si dichiara figlio di nessuno. Ma come facciamo a spiegare com'è nato il Pd se uccidiamo l'Ulivo? I partiti non nascono sotto i cavoli, né vengono trasportati dalle cicogne; ci vogliono processi politici, e i processi politici lasciano segni. Sul piano biologico, il padre lascia al figlio i tratti genetici. Il Pd li sta rifiutando, si dichiara figlio di nessuno. Non escludo che, per sottolineare meglio il concetto e per cancellare quei tratti genetici, qualcuno sia intenzionato a fare al Pd anche un'operazione d chirurgia plastica facciale.

Ma l'aspetto più drammatico è la terza domanda: "Dove vado?". L'esempio che mi viene subito alla mente è quello sul modello elettorale. Alla gente non frega nulla di questo argomento, ma dà l'idea a chi segue con interesse la politica: il Pd è in bilico tra maggioritario e proporzionale, la scelta definirà quale statura vorrà darsi.; eppure noi viaggiamo sulla strada di una non scelta. C'è il rischio che, in nome dell'alleanza con l'Udc, sceglieremo il proporzionale non perché lo vogliamo noi ma perché conviene a Casini. Ma anche sull'aspetto programmatico siamo messi male: noi non sappiamo quale idea di società vogliamo; di qui il buio sulle scelte su lavoro, giustizia, ecc... Non c'è un modello per il futuro. Berlusconi svolge un filo, con i suoi discutibilissimi contenuti, ma lo svolge; è un dato di fatto che si parli di berlusconismo, o no? Noi invece un filo non ce l'abbiamo. Certamente non consiglierò di seguire lo stesso filo di Berlusconi; consiglio invece al centrosinistra di farsi promotore di una missione, come ai tempi dell'euro. In quel momento il Paese lo emozionammo, e ci seguì. Questa è la nostra ricetta: emozionare il Paese, scuoterlo. Diamoci la missione dei Democratici. Ci vorrà fatica, ma ne varrà la pena se quelle tre domande avranno le tre conseguenti risposte.

Pubblicato il 7/9/2008 alle 1.44 nella rubrica Partito Democratico.

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