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Innoxius
11 novembre 2008
Alleanza Pd-Udc balneare

Un buon esperimento, non c'è che dire. Ma lasciamolo per quello che è, un esperimento; e intanto sperimentiamo tanto. Considerare per certa l'alleanza Pd-Udc è una cosa assolutamente fuori dalla realtà. Chi nel mio partito è volato al settimo cielo per il sapore moderato e centrista delle elezioni in Trentino, scenda e cammini con i piedi di piombo, in poche parole consideri le tanti varianti che la realtà, almeno per oggi, ci offre in tutta la sua manifesta chiarezza. L'Udc è un partito libero dalla destra berlusconiana, che però si pone ancora nel centrodestra, tant'è vero che è e rimarrà parte integrante di tante amministrazioni a noi avverse; un caso classico è Bologna, dove Pd e Udc sono naturalmente antagonisti, sia per la presenza di Guazzaloca, sia per un Pd fortemente di sinistra. Le parole di Casini sulle "mani libere" parlano chiaro.

E non finisce qui. Casini dice che loro ci saranno, se il Pd farà scelte intelligenti. Quali non è dato sapere. Ma se tanto mi dà tanto, ci ha pensato Tabacci a spiegarci la loro aspettativa nei nostri confronti, una cosa che sa di beffardo e umiliante: scegliete il modello tedesco e fateci sopravvivere, vi rubiamo i vostri pezzi moderati per la costruzione del grande centro (il nostro usa i termini "white" e "red" per il Pd), e poi possiamo anche fare l'alleanza. Un affare, non c'è che dire... così si dilania anche l'ultimo residuo ulivista, anzi si dilania proprio il Pd. Non so Rutelli, non so Letta, non so Fioroni, cosa vorranno rispondere a questa prospettiva, anche se credo che l'idea di passare armi e bagagli nell'Udc non sia per loro così traumatica. Lasciamo perdere questa politica, e per favore, concentratevi sui programmi, se ne siete capaci, e non sulle formule politiche. Altrimenti a casa, avete già dato abbastanza in termini di pasticci.




permalink | inviato da Innoxius il 11/11/2008 alle 22:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa
6 ottobre 2008
L'ora della democrazia

Praticare la democrazia non è facile, ma bisogna provarci. La politica è un campo sociale e richiede onestà e correttezza, nelle istituzioni e anche dentro i partiti; perché, in fin dei conti, o si è coerenti, oppure le riflessioni critiche sull'avversario diventano solo propaganda inutile. C'è assoluto bisogno di riaffermare la sostanza della democrazia, pena ritrovarsi un contenitore buono solo nella denominazione. Il 14 ottobre nasce il comitato "Democratici per la democrazia", non vedo l'ora. Ancora una volta, grazie Arturo e grazie ulivisti!

P.S. Per una volta Stefano Menichini potrebbe smetterla di pensare con la testa di Rutelli e stare zitto prima di spararle, mediocri oltretutto. La sua scadente ironia dimostra il vuoto più totale di idee.




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30 settembre 2008
Perché attaccare ancora Prodi?

Si può anche prendere atto del dietrofront del senatore Tonini, tuttavia non ha smentito l'intervista con cui sostiene che il "governo di centrosinistra", non la "maggioranza di centrosinistra", è causa dell'autoritarismo di Berlusconi. Tonini quindi, sia sincero fino in fondo: non è vero che i veltroniani difendono Romano Prodi, anzi, semmai, è proprio vero il contrario. Attaccare Prodi è l'unico appiglio rimasto a Veltroni per legittimare la propria posizione e per coprire in modo affannoso il vuoto di progetto di questo Pd. All'anti-berlusconismo hanno sostituito l'anti-prodismo. Scaricare addosso a Prodi tutte le responsabilità del proprio fallimento è un giochino facile. Che poi non è neanche vero, perché criticare l'irresponsabilità e la litigiosità di quella coalizione è cosa buona e giusta, ma non ha verità alcuna dire che il governo Prodi non ha deciso, favorendo se non la propaganda proprio di Berlusconi.

Io però non ne capisco la logica. Perché attaccare Prodi se il Pd è stato abbondantemente presente in quel governo con 17 ministri? Perché attaccarlo, pur essendo Prodi il presidente del Pd fino a poco tempo fa, nonché il fondatore? Non capisco, non c'è una logica, anche se però ho capito le intenzioni dei veltroniani. Io non ci sto. A questo punto, per me i punti fondamentali diventano tre: mi unisco alle parole del mio conterraneo Paolo De Castro, invocando anch'io le dimissioni di Veltroni; rilancio sul bisogno di un congresso; non vado alla manifestazione del 25 ottobre a Roma, preferendo dedicare quel giorno al servizio civile. Ne ho le palle piene di Veltroni!




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23 settembre 2008
"Ggiovani Pd", ovvero come si ridicolizza la democrazia

Lancio un disperato appello: tutto quello che volete, ma le Primarie no!

Voi giovani veltrodem, che in linea con l'interpretazione memorabile di Alberto Sordi in "Un americano a Roma", guardate agli States, un po' occheggiando al change di Obama, un po' scimmiottando pezzi di slang yankee, svegliatevi un attimo dal sogno e mirate la realtà: non chiamate "Primarie" il vostro obbrobrio, che poi non è se non la solita pasta fatta in casa, copia di una copia peggiore dell'originale senior. C'è tanto di "democratico" nella fantasia di queso partito che non sia già stato vivisezionato, smembrato, distrutto. Non aggiungete anche voi rovina a rovina!

Veltroni che vuole una giovanile su misura (altro che liberi e autonomi, e come al solito, bella politica nel rusco), moduli per le firme per la candidatura che non esistono, comitati che spuntano nel sottobosco, Primarie che solo i ben informati sanno che ci saranno a metà ottobre (larga partecipazione?). Per lo meno uno straccio di avvertimento ai segretari di circolo giusto per stendere un velo di informazione. Niente. Solo voi sapete quanto ci sia di vicino alle Primarie degli Stati Uniti!

Non vi auguro un flop, ma lasciatemi avere seri dubbi sul fatto che farete molta strada in queste condizioni. Regola numero uno: con la democrazia non si gioca. O la si fa, o si lascia perdere.




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17 settembre 2008
Idea di un altro partito

Mettiamo in conto che non tutto, e non sempre, fila liscio; eppure questo non mi allevia la sofferenza di una militanza che in questo periodo va più per forza d'inerzia che per effettiva passione politica. Io milito nel Partito Democratico, sognando un altro Partito Democratico, soffrendo come un amante che non riesce a raggiungere l'amata.

Che cosa poi io chieda, non dovrebbe essere molto. Per esempio, ieri chi ha visto Ballarò, ha visto il Pd che immaginavo, dal profilo combattivo e risoluto nel difendere Romano Prodi e il suo governo; l'ha visto in Bersani che con un poker d'assi (forfettone per le piccole e medie imprese, cuneo fiscale, diminuzione della tassa Ires, diminuzione della tassa Irap) ha praticamente zittito nell'ordine Todini, Gasparri e Cicchitto. Erano, anzi sono, cose fatte dal governo Prodi. Allora, doveva proprio fare tanta fatica Veltroni a spararle in faccia a Berlusconi in campagna elettorale, anziché prodigarsi nell'annullamento dei 15 anni precedenti, senza essere peraltro nella posizione di farlo? Ci voleva tanto rinfacciare a Berlusconi che Prodi, nonostante la presenza di soggetti dichiaratamente anti-confindustriali, sia riuscito nell'opera (l'abbassamento dell'Irap) che come promessa la destra aveva tanto declamato?

Per esempio, il ricorso di Mario Lettieri, respinto dalla Commissione dei garanti con motivazioni praticamente da far accapponare la pelle. Quello che ne viene fuori è che, in nome di un pericoloso pragmatismo, si può sorvolare sui chiari paletti delle norme, peraltro condivisi da tutti nel partito. Che differenza ci sia a questo punto tra berlusconismo e veltronismo, tra destra e sinistra, proprio non si sa; meglio Berlusconi, allora, che non fa niente per celare la fuga dalle regole della democrazia. Onesto e coerente negli sbagli, almeno. Non si può neanche dare un giudizio diverso, che subito si viene tacciati di remare contro il partito, come se Partito Democratico fosse uguale a maggioranza. E tanto per stare in tema di promozione dell'informazione internauta (da contrapporre alla disinformazione televisiva di Berlusconi) tanto cara a Veltroni, sul sito del Pd non c'è minima traccia del ricorso di Lettieri. Del resto, ognuno se la canta e se la suona come vuole; dalle mie parti è noto un detto che in italiano rende più o meno così: «Il mastro artigiano mette i manici (sott. ai vasi) dove vuole».

Più passano i giorni, più mi sento illuminato sul perché gli antichi Greci disprezzassero la parola "democrazia". Riformulerò allora il periodo di sopra: io milito nel Partito Democratico, sognando il Partito Isonomico. Del tipo - per fare un esempio "terra terra", come si dice - che se in un'assemblea un militante ha il limite di parlare cinque minuti, anche il dirigente deve avere lo stesso limite di tempo, e non andare oltre solo perché si chiama Tizio piuttosto che Caio. Se "democrazia", dunque, è un concetto troppo vago, non dovrebbero esserci dubbi su che cosa significa "isonomia". Uguaglianza di diritto di fronte alle leggi, o meglio, di fronte alle Leggi, per citare il Socrate del "Critone". E mi scuserà Veltroni se come modello di virtù preferisco un classico greco anziché la carrellata dei miti americani, sempre utili da citare nei discorsi sulla bella politica, tristemente dimenticati quando c'è da dare umilmente l'esempio.




permalink | inviato da Innoxius il 17/9/2008 alle 17:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (10) | Versione per la stampa
12 settembre 2008
Senza cattolici democratici non c'è Ulivo

La morte del professor Ardigò mostra una storia politica che diventa sempre più una parabola discendente, dietro la scia del tempo uno dopo l'altro gli esponenti illustri del cattolicesimo democratico se ne stanno andando tutti. Purtroppo per noi, non sono solo dolorose perdite umane, perché con loro sta morendo anche il filone del cattolicesimo di sinistra. Non ci sono discendenti che possano farsi portatori di quel filone: un po' perché ormai la Dc è morta, un po' perché di intelligenze di quel calibro, rigorosi nella fede e impegnati socialmente, non ce ne sono (io almeno non ne vedo). Tutto sommato è normale se pensiamo che la spinta del '68 si è esaurita, e la fine dell'esperienza ulivista, ossia la meta finale di un certo percorso storico-politico, e la caduta dei governi di Romano Prodi hanno rappresentato la mazzata finale; sebbene credo che questa morte si sarebbe potuta rimandare se - e non è una critica che muovo da ora - i capi del PPI del dopo-Tangentopoli avessero pensato a elaborare qualche nuova idea invece di focalizzare la propria attenzione sul raggiungimento e la conservazione del potere. 

Io sono sempre stato critico verso i democristiani, ma se ho mosso la critica di cui sopra non è per una semplice avversione politica, piuttosto per la consapevolezza che i cattolici democratici sono una parte importante de L'Ulivo (anzi la parte più importante) e che una tale tradizione non andava sprecata per un carrierismo personale fine a se stesso. Senza questa componente, infatti, mancherebbe quel trait d'union fondamentale che ha permesso l'aggancio tra centro e sinistra, in virtù del fatto che i cattolici democratici sono forgiati nella politica. Sarebbe proprio impensabile un Ulivo, un Pd senza di loro, di certo non possono essere rimpiazzati dai novelli Teodem, che più che a sinistra guardano all'amicizia con Casini, e che non concedono nulla sul piano politico, in quanto seguono un indirizzo molto più dogmatico che realista, o meglio mistico. Tengo a credere che un certo dogmatismo non abbia nulla a che vedere con la mistica, con l'intuizione del divino.

Senza cattolici di sinistra il Pd semplicemente scomparirebbe, resterebbe una formazione socialista con pochi indipendenti (sì, proprio quello che paventa "Il Regno"). Si può, si deve quindi riaprire una fase nuova; stando attenti però che una nuova legittimazione non può derivare da uno schiacciamento a sinistra - e qui faccio un'onesta autocritica - anche perché nel frattempo ci ha pensato Rotondi a "fregarci". Forse è il tempo di ripensare al '68 con un occhio diverso e credere che oggi non ci sia lo spazio per il "cattolicesimo del dissenso", come fu forse più dannoso che benefico "strappare" 40 anni fa e spaventare i settori moderati ecclesiastici. E' giusto mantenere le aspirazioni di apertura verso la modernità (anche in vista dell'obiettivo di un possibile Vaticano III) e di riforma della Chiesa, ma correlandole con un coinvolgimento della Chiesa stessa, non tramite bastian contrari. Solo così ci si potrebbe concentrare concretamente e senza lotte sulla realizzazione del "bene comune", tanto caro al filone cattolico democratico, e ridurre l'influenza della destra ultraconservatrice e del senso di paura e di smarrimento di cui essa si nutre.





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7 settembre 2008
Identità e missione

Il giorno in cui capiranno quello che dice Arturo Parisi sarà sempre troppo, troppo tardi. Io non riesco a capire se sia Parisi ad essere un fenomeno o siano gli altri a non riuscire ad arrivarci. Piuttosto penso che a quegli altri piace essere autoreferenziali e sordi.

Il Pd ha iniziato a non emozionare più la gente già da tempo, e non è certo colpa di Parisi che le cose vanno in un dato modo. La realtà è che si cammina a tentoni, c'è l'impressione che la fase costituente non finisca mai, che noi dipendiamo da altri, non da noi stessi; fino a poco tempo fa da Berlusconi perché ci riconoscesse come opposizione e dialogasse, adesso da Casini e dalla spasmodica ricerca di alleanza con l'Udc. E' vero che abbiamo affrontato un'elezione in deficit di popolarità, appena il tempo di scrivere che avevamo fatto il Partito Democratico e che Ds e Margherita erano ormai parte del passato; mi pare però che con la scusa del nascituro, dopo quasi un anno, Fioroni e Veltroni possano anche finirla qui. "Dobbiamo radicare il partito nel territorio" è una frase che ricorre spesso e che va molto di moda. Sì, va bene, radicheremo il partito nel territorio; ma basta questo a fare l'identità di un partito? Le prime domande che si deve fare un partito per farsi partito sono le stesse che si pone l'uomo sulla sua esistenza: chi è? Da dove viene? Dove va? Se questo bisogno di conoscenza non viene soddisfatto, qualunque azione che fa è slegata dalla realtà, qualunque parola non verrà mai presa in considerazione; in poche parole, ci si condanna al deserto spirituale. Queste sono domande che il Partito Democratico non si sta ponendo, anzi, le elude volontariamente.

Siamo partiti con il "maanchismo" veltroniano: tipico esempio di come non si debba rispondere al "chi sono?". Io sono uno di quelli che non pensano che ci sia o il nero o il bianco, ma che ci sia anche il grigio; ma il grigio è una miscela, non un accostamento di bianco e nero. Oggi quel quesito non ce lo poniamo neanche più. "Siamo tutti del Pd, tutti democratici", mi sento rispondere: sì, ma che significa "essere democratico"? In caso di mancata risposta, nessuno si meravigli se poi l'approdo più facile è ritornare alle vecchie identità.

Sul "da dove veniamo?" abbiamo commesso un parricidio: "15 anni da buttare" si è detto, e l'Ulivo è stato ucciso. E' come un figlio che, vergognandosi del padre, lo uccide e si dichiara figlio di nessuno. Ma come facciamo a spiegare com'è nato il Pd se uccidiamo l'Ulivo? I partiti non nascono sotto i cavoli, né vengono trasportati dalle cicogne; ci vogliono processi politici, e i processi politici lasciano segni. Sul piano biologico, il padre lascia al figlio i tratti genetici. Il Pd li sta rifiutando, si dichiara figlio di nessuno. Non escludo che, per sottolineare meglio il concetto e per cancellare quei tratti genetici, qualcuno sia intenzionato a fare al Pd anche un'operazione d chirurgia plastica facciale.

Ma l'aspetto più drammatico è la terza domanda: "Dove vado?". L'esempio che mi viene subito alla mente è quello sul modello elettorale. Alla gente non frega nulla di questo argomento, ma dà l'idea a chi segue con interesse la politica: il Pd è in bilico tra maggioritario e proporzionale, la scelta definirà quale statura vorrà darsi.; eppure noi viaggiamo sulla strada di una non scelta. C'è il rischio che, in nome dell'alleanza con l'Udc, sceglieremo il proporzionale non perché lo vogliamo noi ma perché conviene a Casini. Ma anche sull'aspetto programmatico siamo messi male: noi non sappiamo quale idea di società vogliamo; di qui il buio sulle scelte su lavoro, giustizia, ecc... Non c'è un modello per il futuro. Berlusconi svolge un filo, con i suoi discutibilissimi contenuti, ma lo svolge; è un dato di fatto che si parli di berlusconismo, o no? Noi invece un filo non ce l'abbiamo. Certamente non consiglierò di seguire lo stesso filo di Berlusconi; consiglio invece al centrosinistra di farsi promotore di una missione, come ai tempi dell'euro. In quel momento il Paese lo emozionammo, e ci seguì. Questa è la nostra ricetta: emozionare il Paese, scuoterlo. Diamoci la missione dei Democratici. Ci vorrà fatica, ma ne varrà la pena se quelle tre domande avranno le tre conseguenti risposte.




permalink | inviato da Innoxius il 7/9/2008 alle 1:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (17) | Versione per la stampa
25 agosto 2008
Rimpiangendo l'Ulivo

Riflessione speculare al post nostalgico su Visco. Ma più che nostalgico in sè, è un'estrema domanda di politica, l'ultima richiesta di una chiara alternativa alla destra. Ci siamo dovuti tanto vergognare in questi mesi noi altri che guardavamo con favore alla coalizione di centrosinistra e, chissà, anche al partito unico del centrosinistra, rei di aver portato qualcuno o qualcosa alla rovina. E' vero ed è giusto, se per due volte una certa esperienza fallisce, chiedersi il perché del fallimento e sottolinearne gli errori; ma di critiche all'esperienza governativa di Prodi and company ce ne sono state a sufficienza, anche troppe, anche ingenerose. Al di là degli errori, brutta per come potesse essere, il polo di centrosinistra portava in dote comunque un'idea alternativa; e io mi tengo quella piuttosto che questo nuovo modello mai declinato in concreto. Su tante cose, su tanti temi, dobbiamo fare un confronto tra quello che c'era prima e quello che non c'è adesso. E forse un po' di sana coscienza dei fatti non verrà solo agli affezionati ulivisti.

Il paradigma esemplare è il confronto tra passato e futuro. Tempo fa, quando il Pd ancora non c'era, chi guardava all'Ulivo come partito, indicava di guardare al futuro: era un futuro in prospettiva di qualcosa, di un orizzonte; non soltanto in prospettiva di un nuovo partito, ma di qualcosa di diverso che potesse cambiare non già la forma ma la politica del centrosinistra. Chi invece frenava su quel sentiero, indicava l'appartenenza a vecchie identità che avevano fatto la storia e che appunto per questo non potevano più essere recuperate.

Oggi invece le parti si sono apparentemente rovesciate: è uno come Fioroni che invita a guardare al futuro. Ma c'è parecchia gente che ancora non riesce a capire di che cosa sia fatto questo futuro, di quale novità sia portatore. Non è una domanda illegittima, e se qualcuno ha capito me lo spieghi. E poi sentir parlare di futuro da Fioroni, beh... basta guardarsi la frase sul congresso. Lui dice che Parisi «sbaglia se pensa che ci sarà un congresso con folle plaudenti da una parte e pochi big che decideranno nel chiuso di una stanza». A prima botta potrei credergli, ma poi guardo ad altri congressi (sì, sempre quelli...) e dico: Fioroni, lascia perdere, tu non sei proprio credibile.

Prodi dice che l'Ulivo tornerà. Al momento è un sogno ottimista. Ma come faccio io a credere a questo se poi la classe dirigente rimane la stessa? Massì, disilludiamoci: sapendo che il Pd non è l'Ulivo, andiamo avanti vivendo alla giornata. Se poi rimane uno straccio di energia, lotteremo ancora una volta perché quel ramoscello striminzito sotto il PD tricolore sia un punto di partenza e non di arrivo.




permalink | inviato da Innoxius il 25/8/2008 alle 11:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (10) | Versione per la stampa
6 agosto 2008
Rimpiangendo Visco

Fra i ricordi e i simboli dell'epoca unionista c'erano Vincenzo Visco e la sua lotta all'evasione fiscale. Visco, insieme a Romano Prodi, è stato il capro espiatorio per giustificare la sconfitta alle elezioni; si è detto che quei modelli non potevano funzionare, rappresentavano una storia vecchia da cancellare, e sono finiti quindi nel repulisti generale in seguito all'avvento della nuova stagione veltroniana. Ciò avrebbe comportato conseguentemente la declinazione di un modello alternativo da parte del Pd. Ma a parte il noto caposaldo (la rottura con la sinistra) della "vocazione maggioritaria" come autosufficienza - poi abbandonato senza pietà dagli stessi attori/sceneggiatori che avevano scritto e interpretato il canovaccio -, non è stato impostato in concreto nessun modello che fosse "quello del Pd". Siamo praticamente in mezzo al guado dopo la proposta del "patto tra produttori" di Veltroni, tanto declamata in campagna elettorale quanto mai declinata concretamente. Alcuni tra le nostre fila si interrogano, altri se ne fregano, mentre terzi si danno addirittura all'ammirazione delle teorie di Tremonti (proprio quel Tremonti che avevamo insieme combattuto per la cattiva pratica al governo).

Io, da parte mia, non ho mai smesso di rimpiangere Visco (oltre che Prodi). Il suo male - che poi male non è - è stato quello di un atto di generosità, di voler scrostare l'Italia dalla anormalità (diventata normalità) dello "star fuori le regole", dell'uguaglianza del motto "pagare tutti, pagare meno", che è poi la vera prova della solidarietà e dell'unità dell'Italia oltre i rituali discorsi sullo Stato e sulla Costituzione. Chi lo criticato e lo ha accantonato (destra e sinistra), lo ha fatto in maniera del tutto subdola e cinica: ha ripreso quel motto cambiando la posizione dei fattori, facendo uscire fuori un poco convincente "pagare meno, pagare tutti", non sapendo però che non esisteva per questo la proprietà commutativa. In tempi di coperta sempre più corta, "far pagare meno" è solo un vecchio miraggio. Prova ne è che fino al 2012 non ci sarà nessuna possibilità di diminuzione delle tasse, a dispetto degli slogan della destra, che ora tenta di rifugiarsi in un poco eroico "non ci saranno nuove tasse" (non era questa la promessa). Con il crollo del gettito sull'Iva, Berlusconi e Tremonti se ne accorgeranno ancora di più. E ce ne accorgeremo anche noi: perché, dato il "pagare meno, pagare tutti", se non si paga meno, non pagheranno tutti. Insomma, pagheranno sempre i soliti, che però non sono tutti...




permalink | inviato da Innoxius il 6/8/2008 alle 11:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
31 luglio 2008
Caso Englaro, dal Pd una posizione saggia

Nella votazione alla Camera riguardo il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, il Pd ha espresso una posizione equilibrata e saggia, che spero possa preludere a una risposta seria. Al di là di come la si pensi, il miglior modo per ridicolizzare la storia di Eluana Englaro e di altri casi simili era proprio quella di portare la questione da una discussione pacata e meditata ad uno scontro fazioso tra stesse istituzioni dello Stato; uno scontro utile a dividerci ancora una volta in strumentalizzazioni politiche ma certo non a concentrarci nell'offrire una risposta ponderata e, possibilmente, condivisa, per colmare un vuoto della legislazione italiana. Perché, non si dimentichi mai, i mille parlamentari nominati a Roma non sono pagati per passare il tempo in discussioni d'èlite, ma per trovare soluzioni concrete, in particolar modo quando ci si trova a "giocare" sulla pelle delle persone. Non partecipando al voto quindi, il Partito Democratico si è assunto il ruolo di forza responsabile. Di fronte, infatti, a un suo stesso vuoto, la politica non può pensare di prendersela con la magistratura, obbligata a dare una sentenza, ma con sè stessa, perché il primato del legislatore non può essere imposto se non dal legislatore stesso.

Ora è bene che si calmino le acque e si pensi ad avviare una discussione su una possibile soluzione - può essere il testamento biologico - che dia precise garanzie al cittadino e offra limiti e responsabilità per legge. Ma nel fare questo, nessuno pensi di avere la verità in tasca, perché come uomini siamo passibili di errori, consci che riportare nello spazio di una decisione la riflessione sull'essenza della vita e della morte è cosa molto difficile e che richiede in profondità il nostro impegno e la nostra volontà, libera da vincoli di schieramento, per riuscire a capire, se non la strada giusta in assoluto, almeno quella migliore al momento.

In modo particolare sul caso di Eluana Englaro, personalmente credo che, anche se è vero che in altri tempi la morte naturale sarebbe coincisa prima di un intervento umano, oggi, grazie al supporto della scienza, come uomini dobbiamo sentirci, in assenza di una chiara volontà del paziente stesso, a proseguire l'assistenza in nome della fratellanza e della carità, laddove non si registri il caso di accanimento terapeutico. Non si può, infatti, chiamare in causa le potenzialità della scienza a noi concesse soltanto nei momenti in cui essa fa comodo per simboliche battaglie di parte.




permalink | inviato da Innoxius il 31/7/2008 alle 16:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (37) | Versione per la stampa
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